Pressing
the PL Way
(Articolo
comparso nella rivista Olympian’s News nr.76
di marzo-aprile 2006)
By
Ardus
"Ho visto cose che voi umani non
potreste immaginare" recitava Rugter Hauer nei panni del replicante Roy
Batty, nella scena finale di Blade Runner, ma sono sicuro che nemmeno lui
sarebbe in grado di immaginare quello che è possibile vedere quotidianamente
nelle palestre che ho frequentato e che frequento tuttora!
Lo scenario che si presenta è piú o meno sempre lo stesso: ogni
esercizio, qualunque esso sia, é puntualmente eseguito nella peggior maniera
che mente umana puó concepire. Mi sono sempre chiesto quale sia l’utilitá di
eseguire un esercizio come la panca, portando il bilanciere alla gola e tenendo
le gambe incrociate a mezz’aria, cosí come non capisco quei soggetti che
caricando 200 kg al multypower eseguono “decimi” di squat grugnendo come
facoceri.
E
non pensiate che le cose vadano meglio con la programmazione dell’allenamento
poiché nel migliore dei casi questa si riduce a “tirare sempre e comunque fino
alla morte”. Poi ci si domanda il perché degli infortuni e dello stallo…
La
realtà è che per raggiungere determinati risultati, siano essi sportivi o
“estetici”, nulla dovrebbe essere lasciato al caso e, anzi, si dovrebbe avere
una chiara comprensione di come e perché un allenamento debba essere
strutturato.
In
questa sede è mia intenzione discutere con i lettori di Olympian’s news la
corretta tecnica d’esecuzione della panca piana competitiva ed esaminare in
seguito un programma d’allenamento, finalizzato all’aumento della forza
massimale per “panchisti raw”, ossia coloro che non utilizzano l’attrezzatura
di supporto specifica per il powerlifting, in questo caso la “bench shirt”
Come
dice Sebastian Burns, noto panchista d’oltreoceano, “la battaglia è vinta o
persa nel set up”: questo è particolarmente vero nel momento in cui ci si
accinge a sollevare un carico massimale, poiché in quel frangente non vi è
spazio per alcun tipo di errore. Vediamo quindi come adoperarci per ottenere un
set up ed una tecnica d’esecuzione impeccabili.
Il primo semplice passo da fare è stendersi sulla panca!
Una volta distesi assicuratevi di tenere i piedi ben saldi a terra e possibilmente
ben distanziati: questo assicurerá la stabilitá necessaria e fará sì che i
glutei rimangano a contatto con la panca per
tutta
l’alzata, cosa molto importante in gara, dove un distacco del fondoschiena
dalla superficie d’appoggio darebbe luogo ad un nullo; ripetiamo che i piedi
devono essere ben piantati al suolo con punta e tallone che toccano terra.
Stare “sulle punte”, oltre ad essere considerato fallo in gara, puó anche
compromettere la stabilitá, quindi regolatevi di conseguenza. La possibilitá di
tenere i piedi poggiati sulla panca, o le gambe incrociate a mezz’aria non
dovrebbe essere neanche lontanamente presa in considerazione poiché sembra
chiaro come, venendo a mancare la spinta delle gambe al suolo, la potenza
risulti drasticamente ridotta, anche a causa dell’impossibilitá di bilanciare e
stabilizzare adeguatamente il busto sulla panca.
Probabilmente
all’inizio non avrete la flessibilità adeguata per allargare molto le gambe,
tuttavia con un po’ di stretching per i flessori dell’anca e la pratica riuscirete
ad essere abbastanza sciolti da mettervi in posizione senza problemi.
A
questo punto afferrate il bilanciere con entrambe le mani e cercando di
“tirarlo” a voi (rimarrá negli appoggi ovviamente) inarcate la schiena e
adducete il piú possibile le scapole: è importante che quest'ultime rimangano
addotte per tutta la durata dell’alzata. Potrete notare, infatti, come addurre
le scapole vi permetterá di limitare qualche centimetro l’escursione del
movimento, cosa che solitamente si traduce in chili in piú da caricare sul
bilanciere e conferirá inoltre maggior stabilitá alla parte alta della schiena.
La testa dovrá essere tenuta saldamente sulla panca, evitando che
si alzi in quanto, sebbene non sia un motivo di annulamento dell’alzata in
gara, ridurrebbe in una certa misura la potenza in fase di spinta (Berger,
1991).
Questa
quindi, è la vostra posizione di partenza.
Analizziamo
ora le fasi che compongono l’alzata, prendendo in considerazione due diversi
modelli esecutivi.
Tale
tecnica, comunemente adottata dagli atleti del
Westside Barbell Club, prevede che la traiettoria del bilanciere sia
perfettamente verticale. L’idea è: la distanza piú breve tra due punti é una
verticale, quindi minore la distanza, maggiore il carico utilizzato.
Fatevi
aiutare dallo spotter a staccare il bilanciere dagli appoggi (in questa maniera
eviterete di perdere subito il setup) e portate il bilanciere in linea con la
parte bassa del pettorale. Solo a questo punto potrete cominciare ad abbassare
il bilanciere: infatti, se iniziaste la discesa con l’asta a livello della
gola, per portarla sulla parte bassa del petto dovreste compiere un movimento
simile ad una “J” che probabilmente ripetereste, per riflesso, in fase di
risalita.
Durante
la discesa, che dovrá essere sì veloce ma controllata, dovrete cercare di
“chiudere” in maniera deliberata i gomiti non lasciandoli allargare verso
l’esterno. Questo permetterá un maggior coinvolgimento dei dorsali che in tal
modo sopporteranno il carico per tutta la fase negativa. Di fatto se
permetteste ai gomiti di allargarsi nella fase eccentrica, il coinvolgimento
dei dorsali risulterebbe notevolmente ridotto aumentando invece le forze di
rotazione (torque) che agiscono sui deltoidi e ció renderebbe la discesa molto
piú difficoltosa, compromettendo inoltre la risalita giacché si avrebbe minor
potenza nei primi centimetri della spinta. Senza contare che a lungo andare
questo pattern di movimento potrebbe causare danni alle spalle e nello specifico
ai muscoli della cuffia dei rotatori (sovraspinato, infraspinato, teres minore
e subscapolare).
Siamo
arrivati a poggiare il bilanciere sulla parte bassa del pettorale (circa alla
fine dello sterno).
A
questo punto, senza rimbalzi, è necessario invertire il movimento iniziando a
spingere…con le gambe! Per quanto possa sembrare strano (fino ad un certo
punto) la spinta inizia sempre imprimendo maggior potenza mediante la pressione
esercitata dai talloni al suolo (il famoso “leg drive”).
Spingete
quindi con forza il bilanciere verso l’alto, tentando di compiere un movimento
perfettamente verticale (potete aiutarvi immaginando di spingere in alto e
verso i piedi). Ricordate di mantenere i gomiti “all’interno” (attenzione che
non si allarghino) e le scapole retratte anche in fase di risalita.
Tecnica d’esecuzione #2: Traiettoria a “J”
La
seconda versione che vedremo ora è pressoché simile alla precedente, sebbene in
questo caso la traiettoria seguita dal bilanciere non sia una linea verticale
bensí una “J” molto pronunciata.
Sempre
facendovi aiutare dallo spotter staccate il bilanciere dagli appoggi e
portatelo all’altezza della gola o anche piú in alto, verso gli occhi: da
questa posizione iniziate la discesa accompagnando il bilanciere sulla parte
bassa del pettorale mantenendo i gomiti “serrati” come esposto precedentemente.
Appoggiate il bilanciere al petto e senza rimbalzare iniziate la risalita
(ricordate che la spinta parte sempre dalle gambe, che, infatti, spingono nella
direzione in cui si muove il bilanciere, ossia verso il volto, aiutandovi cosí
nella prima porzione di movimento): come accennato, la fase positiva seguirá
una traiettoria simile ad una “J”, poiché dovrete spingere verso l’alto e
contemporaneamente verso il volto. È importante notare come i gomiti debbano
sempre rimanere rivolti all’interno per circa ¾ del movimento: arrivati in fase
di chiusura, lasciateli allargare (in realtà è meglio se fate uno sforzo
deliberato per allargarli) e continuando questo movimento “diagonale ascendente”
guidate il bilanciere fino alla chiusura completa delle articolazioni dei
gomiti. Al termine del movimento il bilanciere dovrebbe trovarsi all’incirca
nella posizione di partenza, quindi se siete partiti con il bilanciere in linea
con il mento è lì che dovrebbe trovarsi ad alzata completata.
Nonostante
questa metodica richieda un movimento piú ampio per effettuare la distensione,
non è detto che questo sia uno svantaggio: alcuni trovano tale “percorso” piú
naturale rispetto alla traiettoria verticale, sfruttando il miglior leveraggio
che ottengono in fase di lockout.
Parlando
di tecnica d’esecuzione, sottointendiamo l’efficacia del gesto rispetto alle
finalitá intrinseche dello stesso (in questo caso l’aumento del carico
sollevato nella distensione su panca): le due tecniche analizzate in questo
articolo rappresentano dei "modelli teorici ideali”, ossia delle linee
guida che possono e devono essere adattate alla biomeccanica e alle qualitá
fisiche dell’atleta.
Possiamo
dunque affermare che non esista una tecnica migliore “in assoluto”: dovrá
essere l’atleta, mediante la sperimentazione, a capire quale dei due schemi di
base gli sia piú favorevole dal punto di vista funzionale. Capito questo sará
suo compito tentare di migliorare la propria esecuzione, al fine di avvicinarsi
il piú possibile a quella che è definita “una tecnica razionale che assicuri
l’impiego economico ed ottimale delle qualità fisiche” (Harre 1972) apportando
anche delle variazioni al modello base, purché l’esecuzione sia regolamentare
dal punto di vista agonistico (ad esempio utilizzare qualsiasi tipo di rimbalzo
al petto, sebbene renda “piú economica” l’esecuzione, è vietato da tutti i
regolamenti in ambito agonistico). Per rinfrescarvi la memoria in materia di
regole, vi consiglio di rileggervi il regolamento tecnico di gara della IPF che
potete trovare all’indirizzo internet www.powerliftingitalia-fipl.it
Indipendentemente
dalla tecnica che avete deciso di utilizzare, vediamo ora alcuni accorgimenti
validi a prescindere dal tipo d'esecuzione.
Impugnatura
e ampiezza della presa
Per
quanto concerne l’ampiezza della presa, una regola generale è quella di
impugnare il bilanciere in maniera tale che i polsi siano in linea con i gomiti
(sia visti di lato che frontalmente) una volta che il bilanciere si trovi
poggiato sul petto: questo alla maggior parte delle persone che non usano la
maglia da panca garantisce un maggior “vantaggio meccanico”. Infatti, laddove
una presa troppo stretta graverebbe eccessivamente sul tricipite, con una troppo larga (avambraccia non perpendicolari
al bilanciere, angoloazione ottusa tra braccio ed avambraccio) buona parte
dello sforzo si disperderebbe nella componente statica diretta orizzontalmente
nel senso del bilanciere.
Ricordate comunque che in una gara IPF
l’ampiezza massima consentita è di 81 cm tra gli indici.
Ultime
note sulla presa: sforzatevi di non piegare troppo i polsi stile “Valentino
Rossi che da gas alla moto”; il bilanciere deve essere tenuto nella parte bassa
del palmo della mano. Questo conferirá maggiore stabilitá oltre a migliorare
notevolemente la spinta (McLoughlin 1984). Non usate MAI una falsa presa (o
"presa senza pollice”) pena una possibile decapitazione nel caso in cui il
bilanciere vi scivoli dalle mani e, cosa molto importante, non limitatevi a
sorreggere il bilanciere per effetto “gravitazionale”: cercate di stringerlo
con tutta la forza possibile, come se stesse cercando di frantumarlo. Questo,
oltre a garantire una presa salda e sicura, permette una maggiore attivazione
del tricipite, il che avrá un effetto sicuramente positivo in fase di chiusura.
Analizziamo
ora la respirazione, che troppo spesso é lasciata al caso. Il consiglio dato
come regola generale dai “guru” delle palestre è di inspirare durante la fase
negativa (nei movimenti di spinta) ed espirare con forza durante la fase
positiva del movimento. Questo puó essere ammesso in una certa misura durante
l’esecuzione di serie con molte ripetizioni, sebbene è da sconsigliarsi
assolutamente durante il tentativo di alzate massimali o submassimali.
Massimali e basse ripetizioni dovrebbero essere eseguite inspirando l’aria
prima di iniziare il movimento ed espirandola solamente una volta completata
l’alzata. Questa “apnea”, conosciuta come manovra di Valsalva, permette di
creare una notevole pressione intraddominale che rende piú stabile il tratto
lombare del rachide limitando quindi il rischio d'infortuni (da sconsigliare
tuttavia a coloro che soffrono di disturbi cardiaci o ipertensione). Se
quest'esecuzione in apnea risulta utile negli esercizi come squat, stacchi,
military press ecc., ci sará di prezioso aiuto anche nella panca nel momento in
cui andremo ad inarcare la schiena.
A
proposito dell’arco che molti panchisti effettuano per ridurre il range di
movimento, vorrei ricordare ai “non addetti ai lavori”, che considerano tale
pratica pericolosa, che in realtà i rischi per la colonna vertebrale possono
essere ridotti/eliminati fintanto che:
1
– il processo di “costruzione dell’arco” sia graduale nel tempo e si eseguano
costantemente esercizi di stretching specifici per la bassa schiena, flessori
dell’anca, quadricipiti e caviglie;
2
– la bassa schiena e la regione addominale (retto dell’addome ed obliqui),
siano allenati efficacemente, in maniera da sopportare tranquillamente le
tensioni cui la sezione lombare del rachide è sottoposta durante l’inarcamento;
3
– si eviti di tentare di inarcare la schiena facendo forza con la nuca sulla
panca, in quanto potrebbe essere facile incorrere in un infortunio delle
vertebre cervicali.
Al
fine di aumentare la flessibilità della bassa schiena, oltre allo stretching,
potrebbe tornare utile l’utilizzo di un tubo (di pvc o altro materiale), del
diametro di circa 15 cm, da poggiare sulla panca e su cui stendersi facendolo
scorrere sulla bassa schiena: lo scopo è sciogliere i muscoli lombari e
favorire cosí un maggior inarcamento nel corso del tempo. Ne sconsiglio
l’utilizzo durante l’esecuzione dell’esercizio con i carichi d’allenamento,
l’unica eccezione ammessa è di utilizzare il tubo durante il riscaldamento con
il bilanciere scarico e durante i recuperi tra una serie e l’altra.
Altro
consiglio, (o meglio un “trucco”) è di calzare scarpe con tacco poco piú alto
del normale (tipo le scarpe da sollevamento pesi olimpico) che permettono un
arco maggiore e piú semplice da mantenere.
Il panchista “raw” differisce dal panchista “geared” in quanto
non utilizza la maglia da panca, o benchshirt, ossia un abbigliamento
supportivo, che oltre a preservare le spalle da possibili infortuni, permette,
in relazione all’abilitá del panchista di farne un uso ottimale, di aumentare
anche di parecchi chili il carico sollevato. Tuttavia non è scopo di questo
articolo trattare l’uso di tale attrezzatura. Viene consigliato, invece, l’uso
di una cintura da sollevamento durante i tentativi di massimale o le basse
ripetizioni, in quanto permette, mediante la spinta degli addominali contro la
sua superficie, di creare una pressione intraddominale (spiegata
precedentemente) maggiore con conseguente miglior stabilizzazione del rachide
lombare e minor possibilitá di infortuni. È questo, infatti, il modo in cui la
cintura agisce proteggendo e supportando la schiena e non, come alcuni credono,
per l’azione meccanica “di contenimento” che svolge attorno alla vita: uno
studio di McGill, Normal e Sharrat dimostró come la pressione intraddominale
(IAP) aumentasse, grazie all’uso della cintura durante il sollevamento di carichi
di 70-90Kg. Inoltre, l’aumento della pressione intraddominale risultava
maggiore quando il fiato era trattenuto (manovra di Valsalva) che non quando
veniva esalato durante il movimento. Da notare tuttavia come la pressione
intraaddominale risultasse maggiore, qualora i soggetti utilizzassero la
cintura, sia durante l’esercizio eseguito trattenendo il respiro sia
quando fosse esalata l’aria, rispetto a
quando la cintura non era utilizzata. Ancora, fu notato come l’attivitá degli
erettori spinali diminuisse durante la manovra di Valsalva, suggerendo
cosí una riduzione del carico sulla
colonna vertebrale, sebbene tale riduzione non aumentasse grazie all’uso della
cintura.
Un altro studio di Myamoto (Myamoto et al) dimostró che durante
contrazioni isometriche massimali eseguite con l’utilizzo della cintura e
mediante la manovra di Valsalva, aumentasse l’attivitá elettrica del retto
addominale ed aumentasse la pressione intramuscolare degli erettori spinali.
Vediamo quindi che l’utilizzo di una cintura da sollevamento puó
risultare molto utile in determinate situazioni, come il sollevamento di
carichi massimali, a patto che sia usata nella maniera corretta.
É bene precisare che una cintura seria da sollevamento ha
un’altezza (10 cm è la misura massima consentita dal regolamento internazionale
IPF) uniforme sia posteriormente sia frontalmente: le tipiche cinture da
bodybuilding, piú larghe nella zona lombare e strette in quella addominale, non
serviranno allo scopo.
Si tenga ben a mente che l’utilizzo della cintura è consigliato
esclusivamente nei tentativi di massimale o durante l’uso di pesi submassimali
(nell’ordine dell’85-95%), giacché risulterebbe d’intralcio alla respirazione
durante le serie ad elevato numero di ripetizioni, oltre a non apportare alcun beneficio
in termini di stabilizzazione del rachide. Sottoliniamo ancora che la cintura
andrebbe utilizzata solo nei movimenti di gara (squat-panca-stacco) e
loro varianti: quando eseguite i curl di concentrazione o il pushdown ai cavi,
potete fare anche a meno di indossarla…
Un paio di fasce poi, potranno essere utilizzate, quando
necessario, onde evitare un eccessivo piegamento dei polsi che altrimenti si
troverebbero in una posizione svantaggiosa ai fini del sollevamento (vedi
“impugnatura e ampiezza della presa”).
Infine, sebbene non rientri nell’attrezzatura di supporto,
l’utilizzo di gesso, o polvere di magnesio, è sempre una buona idea: eviterá
scivolamenti inattesi delle mani sul bilanciere, il che, nel momento in cui ci
si trova sotto ad un carico massimale, puó far la differenza tra l’uscire dalla
palestra con mezzi propri o accompagnati dai medici del 118…
![]()